Domenica 23 maggio 1999, presso il palazzo Mediceo di San Leo si è svolto il "Processo a Socrate". Terzo appuntamento con "I GRANDI PROCESSI DELLA STORIA", iniziativa di successo svolta in collaborazione fra l’Amministrazione comunale e l’Università degli Studi di Urbino. Dopo Gramsci e le streghe, questa volta la conferenza-dibattito si è incentrata su Socrate, il grande filosofo greco vissuto ad Atene tra il 469 e il 399 a.C.. Relatori sono stati il professor Livio Sichirollo, docente di Filosofia Morale all’Università di Urbino, e il professor Giovanni Cerri, docente di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Napoli. Si è dunque trattato di una occasione per analizzare una determinata epoca partendo da un personaggio che, con le sue idee e le sue azioni, creò momenti di rottura all’interno della società a lui contemporanea. Parlando di Socrate, il grande risvegliatore di coscienze, abbiamo avuto l’occasione di ripercorrere alcune fasi fondamentali della storia classica riscoprendo alcuni aspetti di una vicenda consumatasi quasi duemilaquattrocento anni fa, lasciando però una traccia ancora indelebile nella cultura mondiale.

Il professor Sichirollo si è principalmente inspirato ad un saggio di Moses Finley, forse, a suo parere, lo storico antico più vivace e probabilmente il migliore che la seconda metà del secolo abbia prodotto. "Finley riesce infatti a presentare in maniera semplice anche le cose più complicate." Del processo di Socrate, sotto alcuni punti di vista, non sappiamo quasi nulla, perché le procedure erano assolutamente orali e la città greca non aveva archivi perciò non ci sono pervenuti documenti se non le apologie di Platone e Senofonte. Esse sono l’autodifesa di Socrate, sono cioè quelle parole che il filosofo avrebbe dovuto pronunciare durante il processo, ma che in realtà non pronunciò. Questo perché, come testimonia lo stesso Platone, Socrate, abilissimo nella discussione, era piuttosto debole nell’oratoria. Le accuse mosse a Socrate sono due:

Da considerare anche il fatto che Socrate non era ben visto all’interno della città, gironzolava interrogando la gente, fermandola per strada, era insomma uno scocciatore, un "tafano" come diceva Platone. Di conseguenza anche la giuria non era bene intenzionata nei suoi confronti, come si nota dal fatto che la difesa di Socrate immaginata da Platone, è scandita dal ritmo "NON RUMOREGGIATE, O ATENIESI".

"Quindi, aveva un pubblico estremamente difficile e per di più era un tipo bizzarro, basta pensare che fu giudicato colpevole con 281 voti contro 220 e fu condannato a morte da 361 voti contro 140, quindi ci fu uno spostamento di voti contro Socrate perché la differenza per essere giudicato colpevole era molto minore. Se non avesse dichiarato quello che ha detto, probabilmente se la sarebbe cavata". Infatti si dichiarò assolutamente innocente, adducendo tutta una serie di argomenti; ma quello che probabilmente offese il pubblico ateniese fu che raccontò la storia del suo demone e dell’oracolo che gli aveva detto che era l’uomo più sapiente in Atene perché dichiarava di non sapere. Inoltre raccontò, facendo nomi e cognomi, che aveva interpellato grandi politici, scienziati, tecnici e con questi, parlando in piazza, si era reso conto che non sapevano niente, che erano "ignoranti come talpe", mentre lui che non sapeva nulla delle loro arti, almeno si era convinto che non sapeva. Il fatto poi che dichiarasse irragionevole la condanna perché era innocente e che anzi meritasse elogio e compenso, offese irrimediabilmente la giuria. Diciamo quindi che Socrate "fece di tutto per aggravare la sua situazione". A questo punto il prof. Sichirollo dà un inquadramento storico alla vicenda. Siamo nel 399 a.C.. La guerra del Peloponneso, iniziata nel 431 e finita nel 405, si è conclusa molto male per Atene, ci sono state in mezzo due epidemie che hanno ridotto a meno della metà la popolazione ateniese. Atene fu trascinata nella guerra in un momento in cui era all’apice della sua gloria artistica e politica. Vigeva una democrazia abbastanza funzionante, era il momento dei grandi della lirica, della tragedia, della commedia, della filosofia. Ma con la guerra tutto questo era finito: la gloria e la democrazia furono travolte da un’oligarchia, quella dei 30 tiranni. Tra questi c’erano due allievi di Socrate, degli aristocratici molto eminenti: Crizia e Carmide. L’oligarchia fu però di breve durata, infatti fu abbattuta dalla democrazia restaurata, la quale, saggiamente, indisse un’amnistia generale. Era quindi un momento di tensione, che doveva essere acquietata con l’amnistia. Non bisogna però dimenticare che questa democrazia, almeno per un secolo funzionò, ed era autentica, partecipata, senza documentazione scritta, tutto era affidata alla memoria pubblica. Ma come mai fu portata in tribunale una persona che tra l’altro si era comportata benissimo in tre occasioni importanti di guerre alle quali Atene aveva partecipato e che inoltre era noto per la sua pietà e la sua fedeltà alla città? Dei tre accusatori, secondo Finley, due non si sa neppure chi fossero (Meleto e Licone), mentre il terzo (Anito) era un uomo politico abbastanza in vista. Si può supporre, quindi, che ci fosse una manovra politica dietro queste accuse secondo la quale si doveva togliere di mezzo Socrate e coloro che egli rappresentava. Socrate infatti era un antidemocratico, nel senso che criticava la democrazia allora in vigore.

Questa tesi però, è difficilmente sostenibile, perché nella settima lettera di Platone, l’unica autentica (si pensa), si può leggere:

"PER QUALCHE CASO ALCUNI UOMINI POTENTI PORTARONO IL MIO AMICO SOCRATE IN TRIBUNALE".

Su questo si interroga Finley: "Come si può pensare che Platone abbia detto queste cose a caso?". La frase è costruita in modo che si potesse benissimo dire "per ragioni politiche alcuni uomini….", mentre Platone dice "per qualche caso", non si capisce perché.

Analizziamo dunque le accuse: la cosa più importante era l’accusa di empietà. Si tratta di un’accusa molto importante, poiché la questione di religione era molto rilevante per la società greca di allora. Per gli antichi greci, pur non essendo monoteisti, la religione era estremamente importante e complicata, con molti dei, semidei e eroi e soprattutto aveva una funzione fondamentale all’interno della società e della famiglia. Piena di riti e miti che dovevano essere soddisfatti, era un tutt’uno con la famiglia e lo stato. Era però un concetto estremamente vago e spettava alla giuria interpretare e definire il tipo di reato. Tra il 440 e il 410 a.C. si erano svolti diversi processi per empietà (tra i quali quello di Anassagora che però venne solamente esiliato) ma la condanna a morte di Socrate fu un caso unico. La democrazia ateniese era forte ed autentica, pur avendo notevoli limiti riguardo alla tolleranza e all’uguaglianza. Detto ciò cade l’accusa di introdurre nuovi dei, "perché è evidente che di nuovi dei ce n’erano già tanti, anche recenti". Ma pur cadendo questa accusa, rimane quella della corruzione dei giovani. Anche in questo caso si deve incentrare il retroscena storico. Vi era allora in Atene una gioventù d’oro, ricchi aristocratici eletti alle cariche importanti dalla democrazia. Questi giovani seguivano Socrate ascoltandolo e imitandolo nell’esercizio della critica. Nell’Apologia di Senofonte, Socrate sfida Meleto a fare il nome di almeno uno che lui avrebbe corrotto. Questo passaggio è estremamente importante poiché fa emergere un mondo nuovo del quale gli ateniesi non volevano sentir parlare. E’ in quest’epoca che si sviluppa la sofistica. Fino alla generazione precedente a Socrate non vi erano scuole in Atene, ad insegnare erano la famiglia, i saggi della tradizione di Solone; saggi che non criticavano le leggi della città, ma si riconoscevano in esse, mentre i sofisti attaccavano la tradizione e le leggi della città e le sue consuetudini. Questo momento e’ estremamente grave e teso; perché la tradizione vive fino a che non la si discute, da quel momento in poi va lentamente scomparendo. Cosa centrava Socrate in tutto questo ? Era noto per essere un antisofista, non aveva mai nascosto la sua antipatia per coloro che insegnavano dietro compenso e tenevano lunghi discorsi nella piazza; mentre lui adottava la tecnica dell’interrogazione per domande e risposte. È però altrettanto vero che , pur essendo la sua posizione diversa da quella dei sofisti , nell’opinione pubblica egli passava per essere un sofista. E quindi anche la sua figura si esponeva ad essere criticata e travolta in un processo con tutto quello che si verificò. Non bisogna dimenticare che ventiquattro anni prima Socrate fu oggetto di una commedia di Aristofane, "Le nuvole", dove era visto come un sofista, un uomo che trasformava in forte il discorso debole. Finley dice "Ha ragione Platone , il processo non era inevitabile, ma una volta depositata l’accusa era inevitabile che Socrate fosse prima coinvolto in questa vicenda e poi travolto dal tribunale che era chiamato a giudicarlo". Non dimentichiamo che Socrate fu un caso unico. Anassagora venne soltanto esiliato, altri processi per empietà finirono con un pagamento di un’ammenda, quasi mai con una condanna a morte. Tuttavia a Sparta (che per ironia della storia era lo stato perfetto di Platone) Socrate non avrebbe neanche potuto incominciare a pensare. Il fatto che Socrate rimanga un caso isolato è testimonianza del vigore che la libertà aveva nella democrazia ateniese, che andava difesa guardandosi da una serie di pericoli. La libertà era in pericolo ma viveva realmente nella città ancora all’epoca del processo di Socrate.

Questo è invece ciò che sostiene il prof. Cerri: a suo parere la vera ragione del processo è di tipo propriamente politico. Con ciò non si vuole affermare che si volesse fare una rappresaglia nei confronti di un personaggio legato a Carmide e Crizia, piuttosto che Socrate svolgeva una critica che si poneva come filosofica ma che era rivolta al sistema democratico in quanto tale, affermando una modello di governo fondamentalmente di tipo oligarchico-aristocratico. Per ciò che riguarda la condanna Socrate l’ha ottenuta grazie alla sua condotta processuale. Detto ciò Cerri ha tracciato una breve bibliografia sugli studiosi di Socrate. Per il suo intervento il prof. Cerri si è principalmente ispirato alla lettura di alcuni testi. Il primo testo espone i capi di accusa tratti da Diogene Laerzio 2,40: La copia dell’accusa giurata del processo (a n t w m o s i a ) era redatta in questo modo (in effetti è ancora oggi depositata nel Metroon – l’archivio di stato di Atene -, come attesta Favorino) – quindi Diogene Laerzio deriva la notizia da uno storico di poco precedente, Favorino di Arl, e quest’ultimo attestava di aver visto e di aver trascritto la copia originale - : "Meleto, figlio di Meleto, nel demo di Pito, ha depositato copia di questa, sua accusa contro Socrate, figlio di Sofronisco, del demo di Alopece: Socrate commette reato, in quanto non rispetta (o u n o m i z w n ) gli dei rispettati dalla città, e introduce invece nuove pratiche demoniche diverse (etera kaina daimonia) - daimonia è un plurale neutro che significa propriamente nuovi demoni quindi nuovi dei. Quindi questo è il primo reato: non rispetta gli dei a cui sono devoti i cittadini di Atene, e introduce invece nuove divinità. Questo è importante perché si potevano introdurre nuovi dei, ma non al posto degli dei della città, che andavano comunque rispettati - ; commette reato anche in quanto corrompe i giovani – corrompe i giovani in quanto li persuade alla propria irreligiosità - . Punizione richiesta: condanna a morte". Prescindendo dal fatto che Socrate avesse commesso o meno questi reati, occorre chiedersi se un’accusa di questo genere fosse legale o meno nell’Atene ultra democratica, così legata al concetto di libertà assoluta di parola. Secondo Cerri è lecita nel senso che questa parresia ("libertà di parola") non poteva comprendere il non rispetto degli dei tradizionali e quindi il non rispetto della città. Vi era un corpus di leggi su questo i nomoi a grafoi ("le leggi non scritte") che erano leggi di tradizione aristocratica, nel senso che era una famiglia nobile, la famiglia degli Omolpidi, che le tramandava a memoria e le ricordava in tutte le occasioni in cui fosse necessario. Vi erano inoltre delle leggi perias epeias che prevedevano la condanna a morte di chi non rispettasse gli dei tradizionali. Oltre a queste leggi, uscì intorno al 432 il decreto di Diopeithes, riportato da Plutarco ne "La vita di Pericle"; e questo è il testo 2: Diopeite redasse un decreto (y h f i s m a ) in base al quale dovesse essere denunciato chiunque non rispettasse le cose divine (ta q eia m h nomizontaV ) ed esponesse teorie sulle cose celesti (logo uV p e r i t w n m e t a r s i w n d i d a s k o n t a z ), mirando in realtà a colpire Pericle attraverso il sospetto gravante su Anassagora. Plutarco nota che in realtà il vero obiettivo di Diopeithes era colpire Anassagora, che infatti, subito dopo, in base al suo decreto andò sotto processo. Cerri si chiede a che cosa servisse questo decreto se già fossero in vigore le leggi orali tradizionali degli Omolpidi. Esse erano, come la gran parte dei decreti Ateniesi, interventi legislativi di tipo interpretativo. Siccome non si erano mai verificati casi così gravi, Atene non conosceva il problema di dottrine filosofiche di tipo materialistico che potessero suggerire la non verità della religione. Ecco perché nelle leggi degli Omolpidi, che erano Arcaiche, non poteva esserci qualcosa di preciso su questa attività che ormai dilagava in Grecia e cominciava ad affermarsi anche ad Atene. E allora Diopeithes redasse questo decreto interpretativo, e dicendo "esponesse teorie sulle cose celesti" proponeva al popolo di interpretare come azepeia ("empietà") le dottrine astronomiche di tipo materialistico, che in sostanza identificavano gli astri in quello che realmente sono. Anassagora, per esempio, sosteneva, correttamente, che il Sole era una massa incandescente e che la Luna era una massa terrigena Vent’anni dopo, nel 411, anche Protagora cadde sotto processo per gli stessi motivi. Dunque tutto questo quadro di leggi e di processi legittima il primo capo di accusa.

Il secondo capo d’imputazione, quello riguardante la corruzione dei giovani, è legato al primo e lo aggrava perché Socrate, secondo l’accusa, non solo non rispettava gli dei tradizionali, ma diffondeva questo suo comportamento tra i giovani, che sono "permeabili naturalmente, più di chi ha il carattere formato, quindi esposti a propagande velenose". A questo punto Cerri si chiede se l’imputazione rivolta a Socrate rispondesse in qualche modo alla realtà dei fatti. Secondo il professore l’accusa espressa in questa forma è falsa. Per esempio Protagora, che fu anche lui processato e condannato, ma che riuscì a fuggire in tempo; aveva scritto effettivamente un libro intitolato "Sugli dei", di cui viene riportata dal prof. Cerri la frase introduttiva: Riguardo agli dei non sono in grado di sapere né che esistono né che non esistono né quale sia la loro forma: in effetti molte sono le cose che impediscono di sapere, vuoi la mancanza di evidenza (a d h l o t h V ), vuoi la brevità della vita umana. Ora nella cultura greca una frase di questo genere non è particolarmente empia, perché nè Anassagora né Protagora avevano mai invitato la gente all’ateismo né si erano astenuti loro stessi dal partecipare ai riti cittadini. Nel caso di questi vi era un fondamento forte perché l’uno diceva che le entità astronomiche erano effettivamente corpi materiali fatti di elementi che stanno anche sulla terra, l’altro addirittura negava la possibilità di poter affermare con certezza o anche solo con probabilità che gli dei esistessero e come fossero fatti. Invece tutto questo non si può assolutamente dire di Socrate, si può dire anzi il contrario. Questo perché, per quanto ne sappiamo da una pluralità di testimonianze, poichè molti erano gli allievi di Socrate, questi era rispettoso della religione tradizionale nel senso più profondo; mentre era ostile alle ricerche naturalistiche e astronomiche nel senso che riteneva non interessanti per l’uomo gli studi meticolosi sulla natura, sui fenomeni naturali e le congetture su queste cose. Non era vero nemmeno che avesse introdotto nuove divinità poiché il demone di cui parlava ricalca il demone personale presente nella tradizione culturale greca e presente anche in Omero. Per questa serie di argomentazioni Socrate sarebbe stato assolto per non aver commesso il fatto. A questo punto si pone il problema di capire perché fu accusato falsamente di queste cose, perché si insistette fortemente nell’accusa, perché i giudici votarono a larga maggioranza la sua colpevolezza, perché Socrate non avesse voluto fuggire in esilio prima del processo, perché la democrazia ateniese condannò a morte una persona che secondo i parametri di allora era veramente lontana dai capi di accusa. In realtà dell’insegnamento socratico sappiamo poco, ma se c’è una dottrina che Socrate certamente sostiene, e che in qualche modo dovesse essere uno dei cardini della sua filosofia è la teoria delle tecnai, cioè delle tecniche. Questa teoria è così strutturata: l’umanità si divide, per ragioni di collaborazione, di civiltà e di efficienza, in competenti di varie cose, cioè ogni gruppo di individui è competente in una certa tecnica, l’insieme delle tecniche è la civiltà. Caratteristica della tecnica è un tirocinio assiduo di tipo scolastico, di apprendimento, ciò porta alla seguente regola che vale per la seguente regola che vale per tutte le tecniche: i competenti di ogni tecnica sono pochi e invece gli incompetenti sono molti, a cominciare dalle tecniche banali, come l’artigianato. Naturalmente più la tecnica è complicata più i competenti diminuiscono e aumentano gli incompetenti. Questo avviene anche per la politica. Essere tecnico della politica significa conoscere tutto il sistema dei nomoi, capire quali sono più o meno utili e per questo ci vogliono dei veri filosofi o comunque dei saggi di altissimo livello. La democrazia è proprio il contrario di questo perché si fonda sul fatto che "tutti sono competenti uguali". Questo discorso, fatto in tutte le piazze, era proprio una capillare propaganda antidemocratica e Socrate non era affatto isolato perché i suoi discepoli appartenevano a circoli oligarchici, e anche lui costituiva in fondo un circolo oligarchico intellettuale. Aveva senza dubbio appoggi fuori Atene; il fatto che la pizia dette quello strano responso, è segno di una manovra politica che mirava ad influire sull’interno di Atene, ma da centri di potere anche esterni; l’oracolo stesso aveva rapporti con la potenza oligarchica di Sparta. Suoi allievi erano Alcibiade, Carmide, Crizia, sanguinari massacratori dei democratici. Allora se questo era un propagandista antidemocratico che aveva importanti agganci dentro e fuori di Atene, in una città che aveva vissuto due colpi di stati oligarchici, in cui la democrazia era stata ristabilita da poco, questo era un uomo da eliminare, al di là della sua grandezza etica e filosofica. Anito, il più importante degli accusatori di Socrate, era uno dei massimi capi della corrente democratica di Atene ed era uno dei due eroi che avevano riportato i profughi democratici in città con le armi e avevano ristabilito la democrazia. Ma avevano fatto ciò con senso della misura e di riconciliazione, concessero l’amnistia: L’accordo si fece sotto l’arcontato di Euclide secondo questi patti (s u n q h k a i ): … Dei fatti passati non sia lecito ad alcuno chiedere vendetta (m n h s i k a k e i n ) nei confronti di alcuno – cioè nessuno aveva il diritto di trascinare in tribunale una persona perché aveva commesso illegalità antidemocratiche -, tranne che nei confronto dei trenta, dei dieci, degli undici e di coloro che hanno governato al Pireo, e nemmeno nei confronti di costoro, qualora si sottopongano al rendimento dei conti. A questo punto bisogna chiedersi perché Socrate non sia stato accusato direttamente di essere un soverchiatore della democrazia, che costituiva un reato ben preciso. Socrate, che a rigore di legge non era protetto dall’amnistia perché continuava nella sua azione antidemocratica, non fu portato in tribunale per questa ragione perché ciò sarebbe significato scatenare nuovamente la lotta tra gli aristocratici e democratici. Anito e gli altri accusatori miravano inizialmente a esiliare il filosofo, ma questi si rifiutò di andarsene perché sentiva il suo insegnamento come una missione divina. Di fronte al rifiuto di Socrate si giunse a chiedere e ad ottenere la condanna a morte. Il prof. Cerri conclude con l’osservazione che se si rilegge attentamente l’Apologia di Socrate, pensando a queste ultime osservazioni, ci si rende conto che il processo fu un vero e proprio gioco delle parti. "Gli accusatori, la giuria e Socrate, ognuno di questi sa che la vera questione è quella della democrazia, sa benissimo che lo sa ognuno degli altri due, e accetta la convinzione di non dirlo. Quindi gli accusatori continuano a parlare di empietà e Socrate continua a dire di inimicizie che si è creato dimostrando l’incompetenza di tutte le categorie, di oratori, di poeti, di politici, di artigiani quando vogliono parlare di ciò che non sanno. Nessuno nomina la parola democrazia".

 

 

Di:

De Biagi Marco

Lazzari Andrea

Scarpellini Giacomo

Mazzanti Ilaria

Gili Eleonora

Cicolella Cecilia